L'oro ha quasi dimezzato i suoi guadagni: ieri il prezzo spot è salito fino a 4.120$ l'oncia, ma oggi si è ritirato dal massimo settimanale. L'argento è rimasto quasi invariato, mentre platino e palladio sono saliti. Anche il rame si è trovato nella stessa spirale.

La ragione è la forte accelerazione delle vendite dei produttori di chip avvenuta giovedì, dovuta ai timori su come la vittoria dei democratici al Congresso influirà sul settore dell'IA. Parte degli investitori ha iniziato a vendere oro per ridurre rischi e ottenere liquidità.
Il contrasto con l'inizio della settimana è evidente. Mercoledì mattina il prezzo spot era intorno a 3.942$, poi il metallo è salito di oltre il 3% in una giornata — il più forte rialzo da agosto — e giovedì in Asia il prezzo ha toccato circa 4.140$. La scommessa era semplice: le nuove forze politiche combatteranno l'inflazione, in gran parte generata dalla guerra con l'Iran, e il potere condiviso limiterà l'agenda fiscale di Trump, riducendo spese e indebitamento. Ma da questa logica derivano due conseguenze opposte. Se l'inflazione si mantiene sotto controllo, la Fed avrà più margine di manovra e la pressione sui tassi si attenuerà, fattore che sostiene l'oro (che non rende interessi). Allo stesso tempo, un'espansione di bilancio più contenuta è teoricamente meno favorevole per l'oro, che alcuni investitori acquistano come protezione contro spese pubbliche incontrollate e deficit.
Poi è entrato in gioco il dollaro. È salito giovedì ed è stato sufficiente per tenere l'oro sotto controllo, dato che il metallo è quotato in dollari. Venerdì la pressione si è intensificata: il dollaro si è rafforzato contro tutte le valute G10, mentre mercoledì era il più debole del gruppo. A guadagnarci è il dollaro e chi è in contanti e obbligazioni; a perderci sono i detentori di oro con leva, costretti a chiudere posizioni per il margine.
La domanda chiave è perché il crollo azionario non si sia tradotto in un sostegno per l'oro, come accade di norma. La risposta sta nelle attese sui tassi. Il mercato continua a prezzare un rialzo da parte della Fed a dicembre e un altro a marzo, e i prezzi elevati dell'energia alimentano le aspettative di inflazione. Ritengo che lo scenario delle ultime due settimane si stia ripetendo: il 22 e 23 ottobre l'oro è stato venduto per ragioni di liquidità, il 30 ottobre è sceso sotto i 4.000$ insieme ai titoli AI, e ora sta nuovamente cedendo parte del rialzo. Il metallo si comporta come una fonte di soldi per coprire perdite, non come rifugio.
La prossima svolta dipenderà dal rapporto sull'occupazione USA. Il consenso prevede un aumento di 65.000 posti di lavoro rispetto ai 29.000 di settembre. Un risultato inferiore alle attese indebolirebbe il dollaro e alimenterebbe le aspettative di un aumento dell'occupazione, il che sosterrebbe l'oro.

Dal punto di vista tecnico, gli acquirenti devono conquistare la resistenza immediata a 4.060$ per puntare al livello successivo a 4.124$, oltre il quale la rottura sarà piuttosto difficile. L'obiettivo più ambizioso è l'area a 4.192$. In caso di ribasso, i venditori cercheranno di riprendersi il controllo di 4.000$: la rottura di questa fascia danneggerebbe seriamente le posizioni long e potrebbe spingere l'oro verso il minimo a 3.954$, e poi fino a 3.906$.