I prezzi globali del petrolio sono passati in rialzo grazie all'indebolimento del dollaro statunitense. I futures di marzo sul Brent, benchmark del greggio del Mare del Nord, sono aumentati di oltre lo 0,5%, a 64,49$ al barile, con un picco a 64,52$. Anche il WTI texano è salito dello 0,5%, a 59,96$ al barile. L'indice del dollaro USA è sceso dello 0,62%, a 98,44 punti, sostenendo la domanda di materie prime e rendendo il petrolio più accessibile per gli acquirenti che pagano in dollari.
La correlazione inversa tra il dollaro e i prezzi del petrolio riflette una logica economica: con il calo della valuta americana, i beni denominati in dollari diventano più economici per gli acquirenti esteri, incrementandone la domanda. Ciò è particolarmente rilevante per i mercati emergenti, grandi consumatori di energia. L'indebolimento del dollaro indica inoltre che gli investitori mantengono aspettative di ulteriori riduzioni dei tassi da parte della Fed.
Il capo economista del FMI, Pierre-Olivier Gourinchas, ha evidenziato il rischio geopolitico: l'avvio di un'operazione militare statunitense su vasta scala in Iran, dove sono in corso proteste di massa legate alla crisi economica, farebbe aumentare bruscamente i prezzi del petrolio. La chiusura dello Stretto di Hormuz, attraverso il quale passa una parte significativa dei flussi energetici globali, rappresenterebbe un rischio critico per il mercato petrolifero globale nel prossimo futuro.