L'oro è salito leggermente oggi, guadagnando lo 0,7% e raggiungendo i 3.903 dollari l'oncia. Questo ha contribuito a recuperare parte del crollo del 3,7% di venerdì, il più profondo dell'anno e il peggior ottobre per l'oro dal 2008. L'argento è salito dell'1,8% a 49,98 dollari dopo essere crollato di quasi il 6% venerdì, mentre platino e palladio sono rimasti pressoché invariati dopo i forti cali del giorno precedente.

A sostenere il metallo ha contribuito il calo del petrolio. I prezzi sono scesi dopo la notizia secondo cui Donald Trump intende dare più tempo alla diplomazia prima di decidere se riprendere gli attacchi contro l'Iran dopo le elezioni di midterm di martedì. Per l'oro si tratta di una catena logica importante: l'energia costosa ha alimentato l'inflazione, l'inflazione ha mantenuto alti i tassi della Fed e gli alti tassi hanno reso il metallo prezioso, privo di interessi, meno attraente. Quando il petrolio cala, questa pressione si attenua almeno temporaneamente, beneficiando gli acquirenti d'oro e penalizzando chi scommetteva su ulteriori irrigidimenti da parte della Fed. Ricordo che la settimana scorsa il PCE ha accelerato allo 0,5% m/m e lunedì i rappresentanti della Fed hanno nuovamente parlato della necessità di aumenti.
Il rischio legato al Medio Oriente però non è scomparso. Trump ha minacciato in passato di riprendere gli attacchi dopo le elezioni, Teheran ha minacciato una rappresaglia più ampia e diversi Paesi del Golfo temono che un nuovo attacco possa scatenare una guerra ancora più devastante nella regione. Se la fase diplomatica fallisce, i prezzi del petrolio torneranno a crescere e, di conseguenza, aumenterà la pressione sull'oro a causa delle aspettative sui tassi.
Una seconda minaccia proviene dal mercato azionario. La vendita globale di titoli tecnologici di venerdì ha costretto gli investitori a vendere anche oro per coprire perdite in altri asset. Oggi in Asia la vendita si è attenuata: i mercati regionali sono scesi meno di quelli USA e i futures sugli indici americani sono tornati in positivo, aiutando il metallo. La dipendenza dall'andamento azionario però rimane: una nuova ondata di vendite nel settore tech potrebbe nuovamente trasformare l'oro in fonte di liquidità.
I fondi rappresentano una questione a parte. Quasi 150 tonnellate acquistate in ETF sull'oro da metà luglio sono attualmente per lo più in perdita. Se i fondi iniziassero a liquidare posizioni, ciò aggiungerebbe pressione sul prezzo, e gli investitori a lungo termine dovrebbero decidere se sono disposti a sostenere le perdite.
La mia opinione è che il rimbalzo sarà limitato finché non si chiarirà lo scenario iraniano. Le elezioni di midterm e le decisioni di Trump dopo il voto saranno il fattore chiave per il petrolio e dunque per l'oro. Se la diplomazia otterrà tempo, il metallo potrebbe restare intorno ai 3.900 dollari e recuperare parte delle perdite grazie agli acquisti in fase di ribasso. Se invece gli attacchi riprenderanno, il petrolio salirà e l'oro — a mio avviso — tornerà a testare i minimi dell'anno.

Dal punto di vista tecnico, gli acquirenti devono conquistare la resistenza immediata a 3.906$ per puntare al livello successivo a 3.954$, oltre il quale la rottura sarà piuttosto difficile. L'obiettivo più ambizioso è l'area a 4.001$. In caso di ribasso, i venditori cercheranno di riprendersi il controllo di 3.849$: la rottura di questa fascia danneggerebbe seriamente le posizioni long e potrebbe spingere l'oro verso il minimo a 3.802$, e poi fino a 3.756$.